Una pentola di coccio in frantumi.


Una pentola di coccio in frantumi.

Guardami. Vedo un bagliore nei tuoi occhi. E’ come se si irradiasse una sorta di luce che delinea, sul tuo viso,delle fattezze che credevo non ti appartenessero. Hai davvero bisogno di quest’inquietudine del corpo perchè l’animo si muova, per capire quale sia la distanza tra le parole lanciate addosso e quelle che tentano di spiegarle? Se affronti una curva a velocità eccessiva, dicevi, devi aggrapparti a qualcuno per non essere sballottolato. Quella curva, oggi, siete voi. E se prima c’erano delle grosse radici che difendenvano la zolla di terra vitale, adesso è tutto minacciato dalla forza della corrente.

Per mesi sei rimasto nel miele dell’ignoranza: nessuno ha mai detto che la vita sia un gioco, ma giocare resta comunque un atto serio, una condizione di crescita. Il punto, piuttosto, è capire a chi giovi l’innocenza originaria del gioco, di un gioco che non è mai stato innocente. E poi, non dirmi che  nulla comincia senza finire, che quello che comincia non nasce da ciò che è finito. Non ci credo più. Così come non credo che una scollatura profonda, che faccia risaltare le rotondità dei seni, non basti ad attirare lo sguardo di chi viene trascinato alla tentazione.

Il giorno, comunque, si avvicina. Quando saranno enunciati i nomi, sarà provata l’effettiva consistenza dei personaggi che li usano, ma i miei dubbi non perderanno molta della loro forza. E continuerò a sentirmi dentro come uno stormo di uccelli scuri che si sparpaglia senza sapersi muovere: alcuni cercheranno di spegnere l’amarezza, altri mormoreranno parole attonite, i più tristi verseranno qualche lacrima.

E poi non dire che le mie parole siano il colpo d’ali di un’immaginazione veramente creativa. Ogni ferita, anche se cicatrizza, lascia il segno. E quel segno si chiama delusione. Te l’ho già detto.

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