La figura retorica di Rilke è la litote, la figura dell’ironia, quella vitale di un animo umano orfano delle grandi ragioni del Destino. Le sue risate amare s’innalzano volubili in mondi di avventure trascorse senza movimento, dove la normalità è un focolare e dove non esiste la timidezza intellettuale delle parole da dire. A volte si ferma, ti guarda dritto negli occhi e ti racconta quelle storie senza tempo, i cui protagonisti, oggi, hanno finalmente imparato che ciò che distingue le persone è la forza di farcela, o di lasciare che il destino agisca per noi. Poi prosegue con vecchie nostalgie musicali che rivelano lontane vertigini dell’ascensione, forse mai vissute. Di tanto in tanto s’interrompe e con incommensurabile voglia di dare ad ogni emozione una personalità, di uscire fuori da sé più allegro di una sensazione, ti sorride e conclude così:
l’identità è solo nella nostra anima, attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo, invece, è un insieme di cose staccate e spigoli distinti. Se poi sei miope, è solo nebbia continua.










