Questa è una di quelle notti mattine in cui non é necessario guardare l’orologio in relazione alle cose da fare. Così gesticolo nel buio, masticando riflessioni sulle vertigini di una sfida. Mi faccio tentare da espressioni che non mi appartengono e penso al colore anarchico e al disegno folle delle mie giornate. Nulla è fissato per l’eternità,ma ci sono iniziali che si definiscono nel cammino. E questo fa un pò paura. Rimedio quindi ritoccando le parole con il sorriso.
Qui e là, piccoli fiori blu sbocciano ma i grandi dolori sono muti. Le sue rughe non accentuano più l’espressione, ma sono espressione della vecchiaia che lavora con la sobrietà di una macchina. Il tempo, d’altronde, non potrebbe attendere tanto tempo e, volendo, potremmo anche respirare sulle parole scritte.
Sono sicura che mi diresti che non occorre, che credere nella fortuna è comodo e, forse, ci rende anche interessanti. Ognuno dovrebbe solo stare con se stesso e in se stesso e contemporaneamente con tutti gli altri e negli altri. Ma il viandante non è d’accordo: lui ha già salutato e ha ripreso il suo cammino, sparendo, senza guardarsi indietro. Il suo mondo è un deserto che si prosciuga e i silenzi eloquenti non sono che parole rimaste di traverso, in gola.
La notte è ancora aggrappata ai tetti delle case, ma i primi colori del mattino hanno cominciato a tingere l’atmosfera. No, il mondo non finisce oggi.










