Infine, quando si fu ritirato in camera sua, così come un animale ferito ritorna in tana e muore, si sedette con tutto il suo peso sulla sedia, sfinito, e valutò il pantalone che lo sterco aveva irrigidito, e le scarpe scalcagnate che gocciolando, formavano una pozzanghera sul pavimento. Stavolta, era proprio la fine. Nantas si chiedeva come si sarebbe ucciso. Il suo orgoglio restava destro, pensava che il suo suicidio avrebbe penalizzato Parigi. Essere una forza, sentire dentro di sé una potenza e tuttavia non trovare una persona che ti anticipi, che ti dia uno scudo quando ne hai bisogno. Questo gli sembrava di un’assurdità mostruosa. Tutto se stesso si gonfiava di rabbia. Inoltre, aveva un grande rimpianto, quando i suoi sguardi cadevano sulle braccia inutili. Nessun lavoro gravoso, però, gli faceva paura. Con la punta del mignolo avrebbe sollevato il mondo e invece restava lì, appartato in un angolino, ridotto all’osso, e si autodistruggeva come un leone in gabbia. Gli avevano raccontato, quand’era piccolo, la storia di un inventore che, dopo aver costruito una macchina meravigliosa, l’aveva distrutta a colpi di martello sotto gli occhi indifferenti della folla. Ebbene, quest’uomo era lui!
Emile Zola – Nantas Micoulin ed altre novelle










