“Orbene, non appena io mi sento guardato dall’obiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di “posa”, mi fabbrico istantaneamente un altrocorpo, mi trasformo anticipatamente in immagine. Questa trasformazione è attiva: io sento che la Fotografia crea o mortifica a suo piacimento il mio corpo (…).
Posando davanti all’obiettivo (cioè: sapendo di posare, anche solo fugacemente), non rischio poi tanto (almeno per il momento). E’ evidente che la mia esistenza mi è data dal fotografo solo metaforicamente. Ma questa dipendenza ha un bell’essere immaginaria (essa è anzi Immaginario puro): io la vivo nell’angoscia di una filiazione incerta: un’immagine – la mia immagine – sta per nascere: come sarò? avrò l’aspetto d’un individuo antipatico o quello d’un “tipo in gamba”?Ah, se solo potessi “riuscire” sulla carta come sulla tela d’un quadro classico, con un’espressione mobile, un’aria pensosa, intelligente, ecc! Insomma, se solo potessi essere “dipinto” (da Tiziano) o “disegnato” (da Clouet)! Ma siccome ciò che vorrei che si captasse è una delicata testura morale e non una mimica, e siccome la Fotografia, salvo nel caso dei grandi ritrattisti, è poco sottile, io non come come agire dall’interno della mia pelle. Decido allora di “lasciaaleggiare” sulle mie labbra e nei miei occhi un sorriso che vorrei “indefinibile”, col quale, insieme alle qualità della mia natura, darei a leggere la consapevolezza divertita che io ho di tutto il cerimoniale fotografico: io mi presto al gioco sociale, poso, so che sto posando, voglio che voi lo sappiate, ma questo supplemento di messaggio non deve minimamente alterare (vera e propria quadratura del cerchio) la preziosa presenza essenza della mia persona: solo ciò che io sono, al di fuori di ogni effigie. Io vorrei insomma che la mia immagine, mobile, sballottata secondo le situazioni, le epoche, fra migliaia di foto mutevoli, coincidesse sempre col mio “io”; ma è il contrario che bisogna dire: sono “io” che non coincido mai con la mia immagine; infatti, è l’immagine che è pesante, immobile, tenace (ecco perché la società vi si appoggia), e sono “io” che sono leggero, diviso, disperco e che,come un diavoletto di Cartesio, non sto mai fermo, mi agito dentro la mia buretta: ah, se la Fotografia potesse almeno darmi un corpo neutro, anatomico, un corpo che non significasse niente! Invece, ahimè, sono condannato dalla Fotografia – la quale crede far bene – ad avere sempre un’espressione…”
Roland Barthes – “La camera chiara” (1980)










