Febbre e lancia


Febbre e lancia

Era un uomo intelligente e colto, non certo uno sciocco, e abbastanza precoce, per quanto senza dubbio un ottimista irriducibile, fiducioso per principio nei confronti di tutti. Come si poteva passare metà della vita assieme ad un compagno, un amico intimo – metà vita della fanciullezza, sui banchi, della giovinezza – senza avvedersi della sua natura, o almeno della sua natura possibile? (Ma forse in tutti, qualsiasi natura è possibile). Come si può non vedere nel tempo lungo che chi finirà e finisce col perderci, ci perderà? Non intuire né indovinare la sua trama, la sua macchinazione e la sua danza in cerchio, non fiutare il suo malanimo o respirare il suo squallore, non captare il suo torpido agguato e la sua lentissima e illanguidente attesa, e la conseguente impazienza che chissà per quanti anni avrà dovuto tenere a freno? Come posso non conoscere oggi il tuo volto domani, quello che già esiste o trama sotto la faccia che mostri o sotto la maschera che indossi, e che mi mostrerai soltanto quando non me lo aspetto? Senza dubbio ha dovuto placare molte volte la propria effervescenza quell’uomo e mordersi le labbra fino a farsele sanguinare, e raffreddare quel sangue quando già ribolliva, e rinviare il termine della sua malriuscita e fetida fermentazione, per tornare a rinviarlo ancora. Tutto questo si nota, si percepisce, si fiuta e, in qualche occasione, si tocca perfino e ci arriva il sudore, e ci sconcerta la condensazione. Come minimo si fa presentire. In realtà lo si sa, o si deve sapere. O forse una volta che le cose accadono, non ci rendiamo conto che sapevamo che stavano per accadere, e che era esattamente così che dovevano andare? E non è vero che nel fondo non ci meravigliano tanto quanto facciamo vedere agli altri e soprattutto a noi stessi, e che vediamo tutta la logica allora e riconosciamo e ricordiamo anche i disattesi avvisi che qualche strato della nostra incoscienza senza dubbio sì ha colto? Forse è che vogliamo convincerci della nostra stessa stupefazione, come se in questa potessimo trovare un’incongrua consolazione e scuse inutili che, in verità, non servono: “Ahi, io non sapevo, come potevo immaginare e ancor meno sospettare, è l’ultima cosa che mi sarei aspettato e mai mi sarebbe venuta in mente, avrei dato la mia parola, avrei giurato, ci avrei messo la mano sul fuoco, mi sarei giocato il collo,avrei scommesso il mio oro e rischiato l’onore, oh che ignanno, che delusione, quanto incredibile e irreale risulta questo tradimento”. Ma tale stupefazione non c’è quasi mai. Non nel più profondo, non nel sapere che non ci si azzarda a dirsi né a pronunciarsi e neppure a sapere o a sapersi né ad averne coscienza, non in ciò che si teme tanto da detestarlo e si nega e si occulta a se stessi e si scaccia, o si guarda soltanto con la coda dell’occhio a se stessi e si scaccia, o si guarda soltanto con la coda dell’occhio e con il volto coperto sempre. Esiste sì, questa stupefazione, nei nostri strati più alti che non sono solo quelli superficiali e quelli epidermici ma che in realtà sono tutti, anche i medi e anche quelli bassi e i profondi, e perfino quelli reconditi e sotterranei e venosi, quelli di fuori e dentro e quelli di ancora più dentro, quelli della vita quotidiana e esterna della punta della lancia e quelli della nostra pausa solitaria, quelli della compagnia che ride allegra e quelli dell’inizio abissale del sonno, quando spiamo durante un istante ciò che stiamo per essere nel nostro complesso e qual è la storia che si racconterà quando finirà la nostra fine (…) Respingiamo gli indizi e rifiutiamo d’interpretare tanti segni (“Taci, taci, e allora salvami”), e li releghiamo e li gettiamo nella borsa delle immaginazioni, per contrapporre loro altri che, in fondo, sappiamo che non sono segnali ma finzioni e simulacri che cercano la nostra fiducia e il nostro sopore o sonnolenza (“Tieni un occhio quando sonnecchi, tienili”, ho citato tra me e me). Perché, in realtà, sarebbe impossibile ingannarci se così volessimo – non ingannarci – , compito vano e fallito impegno. Ma non siamo abituati. Non siamo abituati a desiderarli: ci annoiano il proteggerci e il pervenire e lo stare all’erta, e a tutti noi piace gettare lontano lo scudo e marciare leggeri brandendo la lancia come un ornamento.

Javier Marías

Comments
2 Responses to “Febbre e lancia”
  1. A. scrive:

    Era quello che cercavo da giorni! Ho tradito qualcuno, e il dolore mi attanaglia le budella. Giuda avrà pensato d’avere ragione, in un piccolo barlume di delirio o lucidità. Punti di vista… io credo però che Giuda abbia pure avuto una coscienza… e il resto è storia. io però voglio salvarmi!!! Posso ringraziarti? Beh sì, lo sto già facendo!

  2. Martha Peake scrive:

    Penso che chi viene tradito, in un certo senso tradisca anche se stesso, soprattutto nel lungo termine. Si arriva ad un punto in cui ci si rende conto che salvarsi è non tanto legittimo quanto indispensabile. Quindi si guarda avanti senza tuttavia dimenticare che “il futuro ci offre grandi opportunità. Ci riserva anche trabocchetti. Il trucco sarà di evitare i trabocchetti, prendere al volo le opportunità e tornare a casa per le sei!”

    Buona fortuna!:)

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