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	<title>Martha Peake &#187; I totally agree</title>
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	<description>Deliri autobiografici</description>
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		<title>In posa</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 19:05:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Orbene, non appena io mi sento guardato dall&#8217;obiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di &#8220;posa&#8221;, mi fabbrico istantaneamente un altrocorpo, mi trasformo anticipatamente in immagine. Questa trasformazione è attiva: io sento che la Fotografia crea o mortifica a suo piacimento il mio corpo (&#8230;). Posando davanti all&#8217;obiettivo (cioè: sapendo di posare, anche solo fugacemente), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Orbene, non appena io mi sento guardato dall&#8217;obiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di &#8220;posa&#8221;, mi fabbrico istantaneamente un altrocorpo, mi trasformo anticipatamente in immagine. Questa trasformazione è attiva: io sento che la Fotografia crea o mortifica a suo piacimento il mio corpo (&#8230;).</p>
<p>Posando davanti all&#8217;obiettivo (cioè: sapendo di posare, anche solo fugacemente), non rischio poi tanto (almeno  per il momento). E&#8217; evidente che la mia esistenza mi è data dal fotografo solo metaforicamente. Ma questa dipendenza ha un bell&#8217;essere immaginaria (essa è anzi Immaginario puro): io la vivo nell&#8217;angoscia di una filiazione incerta: un&#8217;immagine &#8211; la mia immagine &#8211; sta per nascere: come sarò? avrò l&#8217;aspetto d&#8217;un individuo antipatico o quello d&#8217;un &#8220;tipo in gamba&#8221;?Ah, se solo potessi &#8220;riuscire&#8221; sulla carta come sulla tela d&#8217;un quadro classico, con un&#8217;espressione mobile, un&#8217;aria pensosa, intelligente, ecc! Insomma, se solo potessi essere &#8220;dipinto&#8221; (da Tiziano) o &#8220;disegnato&#8221; (da Clouet)! Ma siccome ciò che vorrei che si captasse è una delicata testura morale e non una mimica, e siccome la Fotografia, salvo nel caso dei grandi ritrattisti, è poco sottile, io non come come agire dall&#8217;interno della mia pelle. Decido allora di &#8220;lasciaaleggiare&#8221; sulle mie labbra e nei miei occhi un sorriso che vorrei &#8220;indefinibile&#8221;, col quale, insieme alle qualità della mia natura, darei a leggere la consapevolezza divertita che io ho di tutto il cerimoniale fotografico: io mi presto al gioco sociale, poso, so che sto posando, voglio che voi lo sappiate, ma questo supplemento di messaggio non deve minimamente alterare (vera e propria quadratura del cerchio) la preziosa presenza essenza della mia persona: solo ciò che io sono, al di fuori di ogni effigie. Io vorrei insomma che la mia immagine, mobile, sballottata secondo le situazioni, le epoche, fra migliaia di foto mutevoli, coincidesse sempre col mio &#8220;io&#8221;; ma è il contrario che bisogna dire: sono &#8220;io&#8221; che non coincido mai con la mia immagine; infatti, è l&#8217;immagine che è pesante, immobile, tenace (ecco perché la  società vi si appoggia), e sono &#8220;io&#8221; che sono leggero, diviso, disperco e che,come un diavoletto di Cartesio, non sto mai fermo, mi agito dentro la mia buretta: ah, se la Fotografia potesse almeno darmi un corpo neutro, anatomico, un corpo che non significasse niente! Invece, ahimè,  sono condannato dalla Fotografia &#8211; la quale crede far bene &#8211; ad avere sempre un&#8217;espressione&#8230;&#8221;</p>
<p>Roland Barthes &#8211; &#8220;La camera chiara&#8221; (1980)</p>
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		<title>Bugie in scena</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 20:32:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Stiamo vivendo in uno strano tempo, oggi, anche se forse tutti i tempi hanno avuto a loro volta qualcosa in se di altrettanto strano per il proprio tempo. Il nostro, comunque, mi sembra molto, molto strano; soprattutto quando io, come sto facendo adesso, appoggio il dito al naso per rifletteresu cosa sia mai questa vita [...]]]></description>
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<p style="text-align: justify;">&#8220;Stiamo vivendo in uno strano tempo, oggi, anche se forse tutti i tempi hanno avuto a loro volta qualcosa in se di altrettanto strano per il proprio tempo. Il nostro, comunque, mi sembra molto, molto strano; soprattutto quando io, come sto facendo adesso, appoggio il dito al naso per rifletteresu cosa sia mai questa vita che noi cacciamo a tutta forza sul palcoscenico. Noi ora foraggiamo il palcoscenico con così tanta vita che quest&#8217;ultimo ne ha davvero da divorare quanto basta (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">Il palcoscenico ha bisogno di vita! Si, ma diamine, dove mai andarla a prendere, tutta questa vita bella, solida e verace? Dalla vita, giusto? Si, ma la vita è davvero tanto inesauribile? A mio parere è inesauribile solo in quanto la si lasci andare per la sua strada naturale, tranquilla, larga e fluente come un fiume bello e impetuoso.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione è la seguente: quanto più le cose appaiono vivaci e naturali a teatro, tanto più la vita quotidiana risulta timorosa, avvolta nella bambagia, stizzita, ovattata. Il palcoscenico, quando spolvera la verità a suon di battipanni, finisce per intimidire il pubblico. Quando invece, come ha fatto ancora un poco nel passato, per esempio, espone mirabili, perfette menzogne in forme grandiose e innaturalmente belle, ha un effetto che stimola e rinfranca, e favorisce a sua volta le belle, inaudite abiezioni della vita. Uno è appena andato a teatro ed ecco, si è inebriato alla vista di un mondo sconosciuto, nobile,  bello e soave. E voi, con i vostri sfrenati drammi naturalistici, state attenti che un giorno o l&#8217;altro la vita non si prosciughi. Io sono per un teatro fatto di bugie, che Dio me la mandi buona&#8221;</p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>Robert Walser &#8211; &#8220;Storie che danno da pensare&#8221; (1978)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Salto all’elastico del tempo</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2011 22:18:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come previsto, X2 ed io ci siamo svegliati contemporaneamente e nello stesso posto, un cortile asfaltato con dei platani. Il celo era grigio. Una campanella ha risuonato e alcune centinaia di bambini sono uscite fuori da diverse porte. La maggior parte di loro indossava grembiuli grigi dall’aspetto sinistro e tutti uguali. Si sono messi a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come previsto, X2 ed io ci siamo svegliati contemporaneamente e nello stesso posto, un cortile asfaltato con dei platani. Il celo era grigio. Una campanella ha risuonato e alcune centinaia di bambini sono uscite fuori da diverse porte. La maggior parte di loro indossava grembiuli grigi dall’aspetto sinistro e tutti uguali. Si sono messi a correre e a giocare. Alcuni urlavano o si menavano, ma non appena la lite si acuiva, un adulto che indossava anch’egli un grembiule, soffiava in un fischietto a rotella e senza che ci fosse bisogno d’intervenire ulteriormente, i contendenti si separavano. X2 espresse l’idea che si trattasse di una scuola. Gli risposi che era poco credibile. Non si vedevano, da nessuna parte, finestre rotte né graffiti né armi da fuoco. Un dettaglio, però, ci confermava che si sbagliava. Un bambino mogio mogio faceva lentamente il giro del cortile a braccia conserte, portando sulle spalle qualcosa che suscitava a volte curiosità, altre, la presa in giro degli altri. Quando passò vicino a noi, vedemmo appuntato  sulla parte posteriore del grembiule un disegno con sù scritto: “Disegno in classe anziché ascoltare il maestro!”. Non potei fare a meno di mormorare: “Poverino, che barbarie!”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">Dominique Noguez &#8211;  Salto all’elastico del tempo (2001)</p>
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		<title>L&#8217;inventore</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2011 22:17:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
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		<category><![CDATA[emil zola]]></category>
		<category><![CDATA[nantas micoulin ed altre novelle]]></category>

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		<description><![CDATA[Infine, quando si fu ritirato in camera sua, così come un animale ferito ritorna in tana e muore, si sedette con tutto il suo peso sulla sedia, sfinito, e valutò il pantalone che lo sterco aveva irrigidito, e le scarpe scalcagnate che gocciolando, formavano una pozzanghera sul pavimento. Stavolta, era proprio la fine. Nantas si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Infine, quando si fu ritirato in camera sua, così come un animale ferito ritorna in tana e muore, si sedette con tutto il suo peso sulla sedia, sfinito, e valutò il pantalone che lo sterco aveva irrigidito, e le scarpe scalcagnate che gocciolando, formavano una pozzanghera sul pavimento. Stavolta, era proprio la fine. Nantas si chiedeva come si sarebbe ucciso. Il suo orgoglio restava destro, pensava che il suo suicidio avrebbe penalizzato Parigi. Essere una forza, sentire dentro di sé una potenza e tuttavia non trovare una persona che ti anticipi, che ti dia uno scudo<strong> </strong> quando ne hai bisogno<strong>.</strong> Questo gli sembrava di un’assurdità mostruosa. Tutto se stesso si gonfiava di rabbia. Inoltre, aveva un grande rimpianto, quando i suoi sguardi cadevano sulle braccia inutili. Nessun lavoro gravoso, però, gli faceva paura. Con la punta del mignolo avrebbe sollevato il mondo e invece restava lì, appartato in un angolino, ridotto all’osso, e si autodistruggeva come un leone in gabbia. Gli avevano raccontato, quand’era piccolo, la storia di un inventore che, dopo aver costruito una macchina meravigliosa, l’aveva distrutta a colpi di martello sotto gli occhi indifferenti della folla. Ebbene, quest’uomo era lui!</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
</blockquote>
<p>Emile Zola &#8211; <em>Nantas Micoulin ed altre novelle</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La tristezza di Cornélius Berg</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 21:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cornélius Berg, da quando era tornato ad Amsterdam, abitava in una locanda. Le cambiava spesso, sloggiando quando bisognava pagare, dipingendo, talvolta,  piccoli ritratti, nature morte su commissione e, di tanto in tanto, qualche nudo per un amatore. Oppure elemosinando per le strade, nella speranza di trovare per caso un’insegna. Disgraziatamente, la sua mano tremava. Doveva sostituire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cornélius Berg, da quando era tornato ad Amsterdam, abitava in una locanda. Le cambiava spesso, sloggiando quando bisognava pagare, dipingendo, talvolta,  piccoli ritratti, nature morte su commissione e, di tanto in tanto, qualche nudo per un amatore. Oppure elemosinando per le strade, nella speranza di trovare per caso un’insegna. Disgraziatamente, la sua mano tremava. Doveva sostituire le lenti con altre più forti; il vino, di cui l’Italia gli aveva dato il gusto, distruggeva , con il tabacco, quella sicurezza di tocco di cui si vantava ancora. S’indispettiva, rifiutava di consegnare l’opera, comprometteva tutto con ritocchi e graffi, rischiando di non lavorare più.</p>
<p>Passava ore ed ore nelle taverne annebbiate come la coscienza di un ubriaco, dove gli ex allievi di Rembrandt, un tempo compagni di studi, gli offrivano da bere, nella speranza che gli raccontasse i suoi viaggi. Ma i paesi offuscati dal sole, dove Cornélius aveva trascinato i pennelli e le sacche di colori, risultavano meno preciso nella sua memoria di quanto non fossero stati nei suoi progetti futuri. E non trovava più, come nella giovinezza, quelle battute volgari che facevano ridacchiare le domestiche.</p>
<p>Chi si ricordava il chiassoso Cornélius di un tempo, si stupiva ora di ritrovarlo così taciturno. Solo l’ebbrezza gli restituiva la parola. Faceva allora discorsi incomprensibili. Se ne stava seduto, con il viso rivolto verso il muro, il cappello sugli occhi per non vedere il pubblico che, diceva, lo disgustava.</p>
<p>Cornélius, vecchio ritrattista, che a lungo aveva abitato in una soffitta di Roma, per tutta la vita aveva scrutato fin troppo i volti umani. Adesso si voltava dall&#8217;altra parte con irritata indifferenza. Arrivava ad affermare  che non gli piaceva dipingere gli animali perché questi somigliavano troppo agli uomini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Marguerite Yourcenar</strong> &#8211; <em>La tristezza di Cornélius Berg</em></p>
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		<title>Les &#8216;blancs&#8217;</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 20:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
				<category><![CDATA[I totally agree]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;est folie de croire que les périodes vides d&#8217;amour sont les &#8216;blancs&#8217; d&#8217;une existence de femme. Bien au contraire. Que demeure-t-il,à le raconter, d&#8217;un attachement passionné?L&#8217;amour parfait se raconte en trois lignes: il m&#8217;aima, je L&#8216;aimai, Sa présence supprima toutes les autres présences; nous fûmes heureux, puis Il cessa de m&#8217;aimer et je souffris&#8230; &#8220;Honnêtement, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>C&#8217;est folie de croire que les périodes vides d&#8217;amour sont les &#8216;blancs&#8217; d&#8217;une existence de femme. Bien au contraire. Que demeure-t-il,à le raconter, d&#8217;un attachement passionné?L&#8217;amour parfait se raconte en trois lignes: <em>il</em> m&#8217;aima, je <em>L</em>&#8216;aimai, <em>Sa</em> présence supprima toutes les autres présences; nous fûmes heureux, puis <em>Il</em> cessa de m&#8217;aimer et je souffris&#8230;</p>
<p>&#8220;Honnêtement, le reste est éloquence, ou verbiage. L&#8217;amour parti, vient une bonace qui ressuscite des amis, des passants, autant d&#8217;épisodes qu&#8217;en comporte un songe bien peuplé, des sentiments normaux comme la peur, la gaieté, l&#8217;ennui, la conscience du tempes et de sa fuite. Ces &#8216;blancs&#8217; qui se chargèrent de me fournir l&#8217;anecdote, les personnages émus, égarés, illisibles ou simples qui me saisissaient par la manche, me prenaient à témoin puis me laissaient aller, je ne savais pas, autrefois, que j&#8217;aurais dû justement les compter pour intermèdes plus romanesques que le drame intime. Je ne finirai pas ma tâche d&#8217;écrivain sans essayer, comme je veux le faire ici, de les tirer d&#8217;une ombre où les relégua l&#8217;impudique devoir de parler de l&#8217;amour en mon nom personnel.&#8221;</p></blockquote>
<p style="text-align: right;">Colette &#8211; <em>Bella -Vista</em></p>
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		<title>Beati gli occhi che la vedono!</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Feb 2011 22:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
				<category><![CDATA[I totally agree]]></category>

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		<description><![CDATA[Vorrei dirvi: sono nato in Carso, in una casupola col tetto di paglia annerita dalle piove e dal fumo. C&#8217;era un cane spelacchiato e rauco, due oche infanghite sotto il ventre, una zappa, una vanga, e dal mucchio di concio quasi senza strame scolavano, dopo la piova, canaletti di succo brunastro. Vorrei dirvi: sono nato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei dirvi: sono nato in Carso, in una casupola col tetto di paglia annerita dalle piove e dal fumo. C&#8217;era un cane spelacchiato e rauco, due oche infanghite sotto il ventre, una zappa, una vanga, e dal mucchio di concio quasi senza strame scolavano, dopo la piova, canaletti di succo brunastro.</p>
<p>Vorrei dirvi: sono nato in Croazia nella grande foresta di roveri.  D&#8217;inverno tutto era bianco di neve, la porta non si poteva aprire che a pertugio, e la notte sentivo urlare i lupi. Mamma m&#8217;infagottava con cenci le mani gonfie e rosse, e io mi buttavo sul focolaio frignando per il freddo.</p>
<p>Vorrei dirvi. sono nato nella pianura morava e correvo come una lepre per i lunghi solchi, levando le cornacchie crocidanti. Mi buttavo a pancia a terra, sradicavo una barbabietola e la rosicavo terrosa. Poi sono venuto qui, ho tentato di addomesticarmi, ho imparato l&#8217;italiano, ho scelto gli amici fra i giovani più colti; &#8211; ma presto devo tornare in patria perché qui sto molto male.</p>
<p>Vorrei ingannarvi, ma non mi credereste. Voi siete scaltri e sagaci. Voi capireste subito che sono un povero italiano che cerca d&#8217;imbarbarire le sue solitarie preoccupazioni. E&#8217; meglio ch&#8217;io confessi d&#8217;esservi fratello, anche se talvolta io vi guardi trasognato e lontano e mi senta timido davanti alla vostra coltura e ai vostri ragionamenti. Io ho, forse, paura di voi. Le vostre obiezioni mi chiudono a poco a poco in gabbia, mentre v&#8217;ascolto disinteressato e contento, e non m&#8217;accorgo che voi state gustando la vostra intelligente bravura. E allora divento rosso e zitto, nell&#8217;angolo del tavolino; e penso alla consolazione dei grandi alberi aperti al vento. Penso avidamente al sole sui colli, e alla prosperosa libertà; ai veri amici che m&#8217;amano e mi riconoscono in una stretta di mano, in una risata calma e piena. Essi sono sani e buoni.</p>
<p>Penso alle mie lontane origini sconosciute, ai miei avi aranti l&#8217;interminabile campo con lo spaccaterra tirato da quattro cavalloni pezzati (&#8230;); alla grande casa verdognola dove sono nato, dove vive, indurita dal dolore, la nostra nonna.</p>
<p>Era bello vederla seduta  nella larga terrazza spaziante su enormi spalti le montagne e il mare, lei secca e resistente accanto all&#8217;altra mia nonna, la veciota venesiana, rubiconda e spensierata, che aveva quasi ottant&#8217;anni e le si vedeva ancora il forte palpito azzurrino del polso sollevarsi e cadere nella pelle morbida come una foglia. Questa mi parlava dell&#8217;assedio di Venezia, del sacco di patate in mezzo alla cantina, della bomba che fracassò un pezzo di casa. E aveva un fazzolettino bianco sui pochi capelli fini, ed era allegra.</p>
<p>Scipio Slataper, &#8220;Il mio carso&#8221; (1912)</p>
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		<title>Une phrase pour ma mère</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 19:48:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
				<category><![CDATA[I totally agree]]></category>
		<category><![CDATA[Si,viaggiare!]]></category>

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		<description><![CDATA[[…] Comment je fais, moi, pour me tenir droit dans mon petit short si elle se torche de mes avenirs, soupir, si de mon destin elle se soucie moins que des mauvais bruits de mes intestins, soupir, si son coquillard elle se le tamponne de mes utopies, soupir – te vlà encore qui procrastines, finis [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>[…] Comment je fais, moi, pour me tenir droit dans mon petit short si elle se torche de mes avenirs, soupir, si de mon destin elle se soucie moins que des mauvais bruits de mes intestins, soupir, si son coquillard elle se le tamponne de mes utopies, soupir – te vlà encore qui procrastines, finis plutôt ta tartine, elle me dit, arrête, te prends pas comme ça la tête, tu te fais du mal, tu vas encore tout entier te dégouliner dans une bassine couleur déprime, t’es déjà tout jaune, teint Slim fast carotte additif bronzage, je ris à la plaisanterie – de quoi tu ris ? elle crie, c’est quoi le manque de poudré riz en toi qui t’acidifie ainsi ? sors un peu, plutôt, fais ami-ami avec ceux qui trottent, fais padam padam sur les macadams, djogue en nike schlic schlac le dimanche matin sur un ptit chemin qui sent le purin, va pêcher l’asticot pour la pêche au vif pour pêcher plus gros, on est si bien au bord de l’eau parmi le trémolo des petits oiseaux, secoue tes abattis aux lieux prévus pour, avec les agrès et les mecs costauds, joue au loto […]</p></blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>Christian Prigent<br />
(23 Janvier, Petite Salle de la Maison de la poésie, Paris) </em></p>
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		<title>La non-violence</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 23:11:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
				<category><![CDATA[I totally agree]]></category>
		<category><![CDATA[indignez vous]]></category>
		<category><![CDATA[stéphane hessel]]></category>

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		<description><![CDATA[Cette menace [le nazisme] n&#8217;a pas totalement disparu. Aussi, appelons-nous toujours à &#8220;une véritable insurrection pacifique contre les moyens de communication de masse qui ne proposent comme horizon pour notre jeunesse que la consommation de ass, le mépris des plus faibles et de la culture, l&#8217;amnésie généralisée et la compétition à outrance de tous contre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Cette menace [le nazisme] n&#8217;a pas totalement disparu. Aussi, appelons-nous toujours à &#8220;une véritable insurrection pacifique contre les moyens de communication de masse qui ne proposent comme horizon pour notre jeunesse que la consommation de ass, le mépris des plus faibles et de la culture, l&#8217;amnésie généralisée et la compétition à outrance de tous contre tous.&#8221;</p>
<p>A ceuz et celles qui feront le XXI<sup>e</sup> siècle, n0ous disons avec notre affection:</p>
<p style="text-align: center;">Créer, c&#8217;est résister.</p>
<p style="text-align: center;">Résister, c&#8217;est créer.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: right;"><a title="Stéphane Hessel" href="http://fr.wikipedia.org/wiki/St%C3%A9phane_Hessel" target="_blank">Stéphane Hessel</a> &#8211; Indignez vous!</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
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		<title>Parler de corde dans la maison d&#8217;un pendu</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Dec 2010 23:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Peake</dc:creator>
				<category><![CDATA[I totally agree]]></category>

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		<description><![CDATA[La même chose que le professeur, exactement: le &#8220;ça&#8221;, le &#8220;ça&#8221;! L&#8217;école, c&#8217;est pas pour moi, je suis pas fait pour &#8220;ça&#8221;, voilà ce qu&#8217;il répond. Et lui aussi, sans le savoir, parle du terrible choc entre l&#8217;ignorance et le savoir. C&#8217;est le  même &#8220;ça&#8221; que celui des professeurs. Les profs estiment n&#8217;avoir pas été préparés à [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>La même chose que le professeur</em>, exactement: le &#8220;ça&#8221;, le &#8220;ça&#8221;! L&#8217;école, c&#8217;est pas pour moi, je suis pas fait pour &#8220;ça&#8221;, voilà ce qu&#8217;il répond. Et lui aussi, sans le savoir, parle du terrible choc entre l&#8217;ignorance et le savoir. C&#8217;est le  même &#8220;ça&#8221; que celui des professeurs. Les profs estiment n&#8217;avoir pas été préparés à trouver dans leurs classes des élèves qui estiment ne pas être faits pour y être.</p>
<p>Des deux cotés, le même &#8220;ça&#8221;!</p>
<p>- Et comment remédier à &#8220;ça&#8221;, si l&#8217;empathie est déconseillée?</p>
<p>Là, il hésite énormément.</p>
<p>Je dois insister:</p>
<p>- Vas-y, toi qui sais tout sans avoir rien appris, le moyen d&#8217;enseigner sans être préparé à ça?Il y a une méthode?</p>
<p>- C&#8217;est pas ce qui manque, les méthodes, il n&#8217;y a même que ça, des méthodes! Vous passez votre temps à vous réfugier dans les méthodes, alors qu&#8217;au fond de vous vous savez très bien que la méthode ne suffit pas. Il lui manque quelque chose.</p>
<p>- Qu&#8217;est-ce qu&#8217;il lui manque?</p>
<p>- Je ne peux pas le dire.</p>
<p>- Pourquoi?</p>
<p>- C&#8217;est un gros mot.</p>
<p>- Pire qu&#8217;&#8221;empathie&#8221;?</p>
<p>- Sans comparaison. Un mot que tu ne peux  absolument pas prononcer dans une école, un lycée, une fac, ou tout ce qui y ressemble.</p>
<p>- A savoir?</p>
<p>- Non, vraiment je peux pas&#8230;</p>
<p>- Allez, vas-y!</p>
<p>- Je ne peux pas, je te dis! Si tu sors ce mot en parlant d&#8217;instruction, tu te fais  lyncher.</p>
<p>-&#8230;</p>
<p>-&#8230;</p>
<p>-&#8230;</p>
<p>-L&#8217;amour.</p></blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>Daniel Pennac &#8211; Chagrin d&#8217;école</em></p>
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