Pretendere troppo da un rapporto graffiato è l’anticamera della sua rottura. Quando credi di aver portato tutto avanti, ti accorgi che non è rimasto nulla se non frammenti dispersi, materiali di scarto e territori occupati da esclusi. Non c’è spazio per edifici di città che avanzeranno. Tranne se decidi di allontanarti. Di andare, se è ora di finire.
No, non chiedermi di dimenticare il ricordo di un mondo fertile. E neanche di disegnare il nostro ritratto tra due linee laterali, il luogo che i nostri spiriti liberi dovrebbero occupare. Sono stanca di quel pessimismo rabbioso che non si regge più neanche sul filo di una pacata speranza,la speranza dei vinti che non si arrendono. Sono stanca anche dei tuoi racconti che non si sa che reazione dovrebbero provocarmi. E poi, qui dentro si sente il troppo silenzio che c’è nelle cose una volta abitate e ora non più. E tutto reca intorno un odore al quale non mi sono ancora abituata.
Non è facile per nessuno spiegare il proprio modo di vedere le cose. Spesso si impara a proprie spese. Sono alla ricerca di un enorme arcobaleno che non svanisca più al prossimo tramonto del sole. Ciò che sta oltre, la penombra in cui lo spazio si dissolve, è dominio del vento e dei pochi uccelli sopravvissuti. Non è lì che la vista può vedere tramite le dita che toccano o dove stanno le dita che sentono quello che gli occhi vedono. Magari arriverà quella pioggia quieta ed incessante che,in primavera, oscura ed impregna di umidità la terrà, risvegliando gli animi. Magari, fra l’uno e il mille, si troverà la piena soddisfazione,anche se divisa in mille identiche piccole particelle. Ti accontenteresti allora?








